Se il cuore d’Italia tornasse a battere


San Francisco, secondo J. Attali “città cuore” dell’economia mondiale attuale

Tornata in Italia dalla vacanze. Il rientro è pesante. Soprattutto dopo una trasferta all’estero, dove guardi ‘oltre’ e poi, tornando a casa, ti metti davanti allo specchio. E dietro la tua immagine vedi il tuo Paese, aggrovigliato su se stesso, vinto dall’incompetenza della politica, dall’arroganza del potere, dalla fame delle lobby.
Un paese senza futuro, dove la classe media non riesce a tener più botta, dove le aziende muoiono e con loro anche gli imprenditori, la produttività decresce e la disoccupazione aumenta. Soprattutto quella giovanile: un ragazzo su due è precario.
Un paese che, mutuando la distinzione di Jacques Attalì, è ‘periferia’ e non ‘cuore’ (J. Attalì, ‘Breve storia del ‘Futuro’, Fazi, 2007), perché quando si perde la continuità nella ricerca del ‘nuovo’ (e quindi si perde in competitività), inevitabilmente si viene superati e marginalizzati dal sistema economico in cui siamo (irrimediabilmente?) inseriti, e che da altre parti del mondo avanza. Avanza con le idee, la sperimentazione, la valorizzazione dei giovani talenti, la promozione delle start-up, la fiducia alle imprese, la tecnologia. Elementi vitali di un’economia e di un tessuto sociale incline alla crescita. È questa la ricetta, soprattutto in momenti di crisi economica come quello che stiamo attraversando. Puntare su questi fattori è indispensabile per risalire la china: il rigore economico che ammazza la classe media e disintegra le fasce sociali più deboli non pagherà. In particolar modo se è un rigore che strizza l’occhio agli interessi delle lobby e dei poteri forti, dei palazzinari, delle multinazionali e dei finanziatori della vecchia politica, incapace di vincere questo marcio meccanismo proprio perché ne è parte.
Insomma, io vedo un’Italia che ‘tira a campà’, con buona pace di tutti.
Ma gli italiani? Mi chiedo, che vogliono gli italiani? E nel cercare la risposta, una tiepida speranza mi riaccende il cuore. Vedo le proteste dei minatori del Sulcis; la lotta profondamente ingiusta e antidemocratica a Taranto per l’Ilva, dove la scelta è tra il diritto al lavoro e il diritto alla salute; la determinazione delle donne della Golden Lady; vedo la società civile impegnata per una gestione dei rifiuti ecosostenibile e per la difesa del suolo, per l’acqua pubblica… E mi sento dalla loro parte… la loro causa è la mia, come mia è la loro vittoria o sconfitta.
Allora mi riguardo allo specchio, e vedo che un’Italia migliore c’è. Vedo che prova ad avanzare, che vuole avanzare. Sento che può costruire una rete di energie nuove e positive al servizio dell’interesse collettivo. La speranza si accende ma il cambiamento e lo scatto d’orgoglio spetta a tutti noi. Dobbiamo alimentarlo, sentirlo bruciare nel petto.

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