Quel cemento che non serve


speculazioneSpianate di cemento. Senza che ce ne sia bisogno. In particolar modo, a Fiumicino, come credo in molti altri territori, si continua a costruire e a voler costruire come se fosse sinonimo di ‘sviluppo’ e occupazione. Un grande paravento dietro cui si nascondono costruttori (quelli non proprio scrupolosi) e proprietari terrieri. I quali, ovviamente, non resistono a far leva sulla precarietà di tecnici e operai che, giustamente, vorrebbero lavorare con dignità e continuità.
Ma oggi, la via dello sviluppo sembrerebbe aver abbandonato la strada tradizionale – quella del costruire forsennatamente; quella che ha rovinato l’agroromano e chissà quanti altri territori di pregio – per prenderne un’altra: la ristrutturazione insieme alla riqualificazione energetica delle migliaia di strutture esistenti e che potrebbero essere recuperate attraverso interventi di questo tipo. Ecco il vero sviluppo, il vero investimento per un’azienda: aprire tanti piccoli cantieri e cercare la qualità, creando al tempo stesso occupazione. Ma sono in molti a non comprenderlo, si cerca il grande appalto.
Non si tratta di una posizione ideologica. Si tratta semplicemente di fare i conti con la realtà. Ce lo dice il mercato: domanda e offerta non si incontrano più. La compravendita di abitazioni nel 2012 ha avuto un calo rispetto all’anno precedente di oltre il 25%. La crisi restringe i portafogli, le banche non concedono mutui; l’Italia non cresce, manca il lavoro; i poveri aumentano. Però si continuano a costruire casermoni con dentro tante piccole case-alveari, che nella grande maggioranza resteranno sfitte e invendute.
E poi fatte male, tirate su in fretta, risparmiando su manodopera, materiali e magari anche sulla sicurezza dei lavoratori. ‘Capolavori architettonici’ che troppo spesso fanno ombra alle nostre coste, piazzati come giganti a 10 metri dalle spiagge (anche sul lungo mare di Fiumicino ve ne sono di esemplari fiammeggianti), quando magari alcuni contesti richiederebbero un ‘design’ decisamente diverso. Con buona pace di tutti, perchè “tanto si sa, funziona così”.
Beh, così non funziona affatto. E quando anche su questo territorio arrivano buone pratiche e orientamenti al futuro, val la pena parlarne e far notare la differenza tra chi è un serio imprenditore edile – e quindi investe denaro sulla qualità della propria azienda, sui servizi offerti in un’ottica di tutela ambientale e rispetto del suolo – e chi, invece, rientra nella ricca categoria degli speculatori.
Qui sotto, l’intervista ad un imprenditore locale che, responsabilmente, insegue la qualità e guarda all’ambiente come ad una grande risorsa comune, non da depauperare, ma da proteggere e salvaguardare.
Vien da dire, finalmente!!

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2 thoughts on “Quel cemento che non serve

  1. Ottimo Erica, oramai gli imprenditori illuminati sono sempre di più. Tutti abbiamo compreso che le risorse non sono infinite ma limitate. Come Coop abbiamo proposto alle istituzioni di non utilizzare ulteriore suolo agricolo per la realizzazione di strutture commerciali, speriamo ci diano ascolto.

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