Ascoltiamoli, i nostri morti


Il ribollio dell’ossigeno consumato che risale verso la superficie. Le urla. Il contatto con i miei compagni di sventura. La paura. Si. Sento la paura. Di annegare, di non farcela, di non trovare la strada per risalire e toccare l’aria con la bocca.
Mi muovo, sconclusionatamente, nel terrore, senza aver tempo per piangere, possibilità di lutto_12urlare. Non sono sola, penso. In sottofondo le urla sorde e sovrapposte di chi ha avuto sorte, un appiglio in superficie, di chi sa nuotare. Li sento. Sento le acque agitate dai movimenti di chi mi sta vicino. Di chi mi annega accanto. Di chi si aggrappa alle mie vesti quasi fossi un scoglio ben saldo in alto mare. Ma non lo sono. Colo a picco, anche io. Giù, verso l’oblio del mare.
Mi muovo convuls
amente. Non so in quale direzione. I rumori si fanno più ovattati, più lenti. Ora si, mi sento sola. E magari lo fossi stata. Porto in grembo il mio bambino. Quel figlio che disperatamente ho cercato di strappare alla miseria per restituirlo a nuova vita, una vita migliore, libera e dignitosa. Lontano dalle guerre, dalle fame, dalla miseria.
Non posso fallire, mi ripeto. Devo nuotare con tutte le mie forze. Ma l’acqua è pece. Non
vedo. Non so dove sto andando, se verso l’alto o il basso, ma disperatamente lotto, e col cuore rotto nel petto, cerco la risalita. Finché avrò respiro.

Quanto è difficile. Solo provare a vestire i panni di una di quelle donne, o di quegli uomini e bambini, annegati nell’ennesima tragedia che manda in putrefazione le nostre acque più belle. clandestiniNon ne siamo in grado. Non possiamo sentirne il dolore.
Ma fermiamole. Una volta per tutte queste stragi del mare. Dove i morti ribollono sotto la spuma delle onde e riportano a galla una vergogna profonda di cui l’Europa, tutta, continua a macchiarsi.
Fermiamola. Questa vergogna. Che macchia le nostre coscienze e ci rende complici di un sistema normativo (la Bossi-Fini) che non risponde allo spirito di compassione, nel senso più vero del termine, di empatia e di solidarietà non tra Paesi, ma più semplicemente tra esseri umani. Di morti il Mediterraneo ne ha visti molti. In alto mare e pochi metri dalla costa. Molti, invece, non li abbiamo proprio visti. Inghiottiti da Nettuno; quei tanti uomini senza volto di cui il mondo non sa nulla e di cui nessuno sente il dovere, o l’obbligo morale, di occuparsi.
Forse questa strage, la più grande solo perché mette in fila centinaia di cadaveri tutti in una volta, aprirà la strada alla costruzione di una maggiore responsabilità e cooperazione europea in merito al tema dell’immigrazione e alla revisione di normative assurde e lesive di quelle belle parole che troppo spesso restano lettera morta. “Diritti Umani”.

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One thought on “Ascoltiamoli, i nostri morti

  1. La tragica fine per una speranza di vita migliore che……………………………………………………………………………………………………….

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