Solo la pace sfamerà il mondo


Nella giornata dedicata al foodviso, una considerazione è da farsi: tra i tanti conflitti nel mondo, ce n’è solo uno che varrebbe la pena combattere, quello contro la fame. Perchè nel mondo, ancor più delle malattie, dell’Aids o dell’Ebola, sono fame e denutrizione a mietere più vittime, soprattutto tra i bambini nei primi anni di vita. La geografia della fame copre vaste aree di paesi in via di sviluppo: bastano l’Africa sub sahariana e l’Asia del sud per contare 490 milioni di persone cronicamente sottonutrite, su un totale di 805 milioni, l’11% della popolazione globale (Rapporto FAO, “Lo Stato dell’insicurezza alimentare nel mondo 2014”).
La povertà non è la sola causa. Non aiutano la siccità, le calamità naturali, le carenze infrastrutturali. Ma il più delle volte sono le guerre a compromettere l’agricoltura e minacciare l’accesso al cibo.
In Asia, America Latina, come in Africa le guerre hanno provocato l’abbandono di villaggi, campi e pascoli, in paesi dove è l’agricoltura l’unica fonte di sostentamento e di reddito per quasi totalità della popolazione. È quanto succede nel Sudan del sud, dove il conflitto ha affamato oltre 3 milioni di persone; in Siria e in Iraq, dove la diffusa insicurezza civile ha avuto effetti nefasti sulla produzione di cereali; in Ucraina, dove la crisi umanitaria scatenata dalla guerra riporta alla memoria i morti dell’holodomor.
Ad affamare sono i conflitti. Di potere e dominio. Di gas, petrolio, minerali, di strategia politico-economica. Sono le guerre delle multinazionali, che Fame-nel-mondosfruttano le popolazioni locali e le loro risorse naturali. Che si spartiscono fette di territorio le cui ricchezze finiscono sempre nelle mani di pochi.
E dove c’è fame ci sono sommosse, delinquenza, epidemie, corruzione. C’è la disperazione di chi non ha più nulla da perdere; la paura di chi si spinge su un barcone maledetto, sapendo che probabilmente andrà ad aggiungersi ai cadaveri ripescati da Mare Nostrum o ai migliaia di dispersi nel Mediterraneo; c’è la rabbia che acceca e giustifica il terrorismo in nome del proprio Dio. Infine, l’interesse di chi fomenta le tensioni e le strumentalizza a proprio vantaggio.
A portare sollievo e sostentamento alle popolazioni più in difficoltà ci sono le organizzazioni internazionali e le Ong. Si stanziano risorse e la FAO è finora riuscita garantire assistenza alimentare a milioni di persone.
In alcuni aree i segnali sono positivi. Ma i fondi non saranno mai abbastanza se questi progressi saranno resi nulli dal sorgere di nuovi conflitti o dal persistere di guerre interreligiose, che distruggono quanto di costruito, che impediscono l’accesso alle terre e al mercato, che creano migliaia di sfollati e alimentano le crisi umanitarie.
La lotta contro fame si vince in primo luogo con l’affermazione della pace; bloccando il traffico di armi e i finanziamenti diretti ai “signori della guerra”, che a tratti fanno comodo, all’una o all’altra potenza. Si vince se a guidare la politica internazionale sarà una rinnovata spinta etica e culturale che sappia elevare l’interesse (economico) nazionale a “interesse mondiale” e riportare oltre soglia il valore della dignità umana; un valore che tutt’oggi soccombe sotto le pressioni economiche e politiche di chi la guerra ha ancora interesse a farla.

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