Tanti errori, un morto, nessun colpevole


cucchiPicchiato è stato picchiato. Ma non si sa da chi. Magari Cucchi si è menato da solo, del resto era solo un “tossico” per il quale non vale la pena cercarla, la giustizia. “Chi fa una vita dissoluta, ne paga le conseguenze”. Si leggono anche di questi commenti.
E infatti ingiustizia è stata, resa ancor più brutale da chi non ha il pudore di stare zitto, anzi continua a parlare con il pregiudizio sprezzante di chi mette ai margini i più deboli, di chi sciattamente compila un verbale come fosse il modulo per la tessera del supermercato, di chi abusa del proprio potere, di chi si arroga il diritto di abbandonare al “suo destino” (stabilito poi da chi?) un ragazzo, ‘n’ ragazzi. Perché il caso Cucchi, con tutti i suoi errori, non è né il primo né l’ultimo (ricordo i casi Uva, Aldovrandi e Franceschi). Ma neanche lo sarà se i colpevoli di queste efferatezze continueranno a trovar riparo in un sistema giudiziario difettoso e spesso incapace di appurare la verità per un fatto così grave e soprattutto avvenuto proprio dentro le mura dello Stato, della giustizia, della sanità. Dove Stefano, di certo, non avrebbe dovuto trovare la morte.
Invece morte è stata. Non si sa per mano di chi. E quindi tutti assolti; nonostante la condanna in primo grado, in cui il giudice avrebbe scelto “il bicchiere mezzo pieno” (cit. M. Travaglio, “Patrie balere”, FattoQuotidiano), in Appello il bicchiere è diventato mezzo vuoto. Se lo sono bevuto.
Ma il calice più amaro ha dovuto mandarlo giù la famiglia e la giustizia in senso lato; quel principio di uguaglianza per cui tutti, anche Cucchi, sono uguali di fronte alla legge. Certo, se mancano le prove vince la presunzione di innocenza, ma questo, a quanto pare, vale solo per “i più forti”, perché per i reietti della società, la pena sembra arrivare ancor prima del processo, a partire dal pregiudizio.
E allora, tra tutti i titoli dei giornali e le dichiarazioni di vicinanza alla famiglia Cucchi, forse è il caso che da questa storia si cerchi di imparare guardando, come suggerisce Alessandro Gilioli, al “Dopo Cucchi” e dare realmente prova di uno stato liberale, che fa delle libertà e dei diritti inviolabili sue fondanti prerogative.

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