Mafia. Il nero che tinge lo stivale d’Europa


SpiegelSpaghetti, mafia e mandolino. Chi è abituato ad andare fuori, l’avrà sentita più di una volta questa (raccapricciante) definizione dell’Italia. Offesa, ho sempre risposto che “noi italiani siamo altro”, sciorinando una lunga lista fatta di eccellenze, storia, cultura, di ospitalità…
Ma se da dentro, il giudizio che abbiamo dell’Italia è mitigato da quanto di positivo ha da offrire, da fuori lo Stivale appare per quello che è: il primo paese corrotto d’Europa, insieme a Grecia, Bulgaria e Romania.
C’era da aspettarselo nel paese delle mafie e degli scandali. Delle tangenti per il Mose e per l’Expò, delle grandi opere da fare (anche se inutili) perché “servono a smuovere l’economia”; nel paese dell’abusivismo edilizio e del cemento, su cui corrono veloci acqua, fango e gli interessi famelici degli speculatori; dei rifiuti che si trasformano in oro per i privati e in tasse per i cittadini; nel paese delle risate notturne per una città che crolla e che andrà ricostruita (mazzetta su mazzetta). Nel Paese in cui la politica, da destra a sinistra, è diventata complice di un sistema malavitoso, di corruttela, su cui fondare le più squallide forme di potere e consenso. Economico e personalistico.
Una maglia nera, quella che veste l’Italia, e che arriva puntuale. Proprio nelle ore della maxi inchiesta capitolina, che ha portato ad un centinaio di indagati e una quarantina di (eccellenti) arresti. Che ha portato alla luce il “mondo di mezzo”, “la mafia Capitale”, in cui la commistione tra criminalità organizzata, politica e istituzioni appare un collaudato “sistema di potere”, economico e politico, che si autosostiene e autoalimenta in un moto perpetuo.
Fino allo sdegno (dovuto). Delle cariche più alte dello Stato, dei partiti, dei sindacati, delle associazioni. Ma oltre la vergogna e l’amarezza, stupisce il “sentimento medio” di noi italiani, misto tra impotenza e scoramento. Scuotiamo la tesa in segno di disapprovazione, ma infine prevale il senso di sfiducia perché “tanto il sistema non si cambia”. Convinzione che, al momento opportuno, si mischia alla paura e diventa alibi: solo il 56% degli italiani sarebbe disposto a segnalare un episodio di corruzione, rispetto alla media globale del 69%. “Non possiamo restare fermi a guardare ancora per molto, mentre invece altri paesi fanno progressi: come cittadini possiamo e dobbiamo essere parte attiva nella lotta contro la corruzione”, dichiara Virginio Carnevali, presidente di Transparency International Italia.
Come a dire che non basta la Procura, per quanto fondamentale. Per cambiare davvero e combattere la cultura dell’illegalità diffusa serve innanzitutto un rinnovato sentimento civico, che ci faccia uscire dall’apatia, che ci faccia rivendicare con forza il diritto alla legalità. Che ci faccia mettere alla porta (e non cercarla!) la politica corrotta, quella che ci promette il posto di lavoro, lo sblocco di una pratica che ci interessa singolarmente, che ci dia il permesso di costruire dove non si può.
Serve l’indignazione di tutti dinnanzi al malaffare dei clan, che dall’alto di un tetro sipario manovrano e indirizzano la res publica verso interessi di natura privatistica, e pure illeciti.
Ce lo chiedeva lo stesso Paolo Borsellino nel giorno del trigesimo della strage di Capaci (’92). “La lotta alla mafia, il primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.
Un monito che tutt’oggi riecheggia potente, nell’aria virulente di un Paese sotto assedio.
E.A.

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