Mafia Capitale, le parole di Saviano sotto “Gazebo”


gazebo2Pagine e pagine su Mafia Capitale riempiono i giornali. Grazie al “metodo Pignatone” emerge il sistema della “Roma di Mezzo”, quella che conta, che muove soldi, appalti, correnti e pacchetti di voti. La Capitale mangiata dalla mafia, non più riconducibile alle cosche calabresi o alla camorra campana. Perché, spiega Saviano nell’intervista a Diego Bianchi, “non esistono più le colonie, come fino agli anni 2000. Adesso i territori esprimono una loro mafia”. Mafie che stanno dentro il tessuto sociale, economico e politico della città, così diffuse e radicate da non essere “riconosciute” tali. Accade così che “se sei zozzo fai carriera”, ricorda Saviano; “se sei pulito cadi al primo errore, alla prima contraddizione”.
Una “selezione al negativo” che permette ai peggiori di farcela. Ai più corrotti di scalare il potere, di mandare avanti gli affari “che senza corruzione si fermano”. Più corrotti e più potenti, più potenti e più influenti, più influenti e più rappresentativi. Perché conta solo vincere. Non importa come, con quali idee, con quali voti. Si spiegano così certe candidature, fatte per vincere ad ogni costo. Ma per cambiare, dice Saviano, bisogna saper accettare di poter perdere: “tu rinnovi soltanto perdendo, questo sia chiaro. In Campania non potevi cambiare facce e dirigenza politica e pensare di vincere: devi rinunciare al voto di scambio”. E devi rinunciare alle correnti, che si trasformano di volta in volta a seconda del vincitore, alla convenienza, come ben descrive Concita De Gregorio su Repubblica. Correnti che sembrano avverse, ma che poi “al momento delle decisioni si riuniscono “in camera di consiglio” e si spartiscono la torta. Tutte le cariche elettive, tutti i centri di spesa”. E ricomincia il giro della “guerra tra bande”.
Nel mezzo, gli affari della malavita su migranti, rifiuti e cemento. Perché in questi settori “il rischio è zero rispetto a gestire la coca” e se ti beccano “le condanne sono minime”. Difatti, sottolinea Saviano, il vero cortocircuito in questa indagine non è tanto dato dalle singole ipotesi di reato contestate, quanto dall’“aggravante mafioso”.
Ma l’intervista apre anche un altro “file”. Quello dei Servizi. “A un certo punto ci sono queste macchine che vengono individuate dai Ros che andavano a parlare da Carminati e la targa risaliva del Ministero degli Interni”. “C’era qualcuno che gli parlava, gli dava le informazioni sulle inchieste. Lì c’era l’obiettivo di voler governare parte di politica che girava intorno ad Alemanno, per poter renderli sempre più fragili e potenti solo attraverso di loro”.
Ed eccola, portata a compimento l’“occupazione diretta della gestione politica romana”.

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