Come ti depotenzio i media (nemici). Tra Leopolda e caso #Report


quarto_potereQualcuno che non apprezza l’esercizio della critica – perché evidentemente irreggimentato dentro quello della propaganda – mi ha più volte “accusato” di essere una lettrice del Fatto Quotidiano. Correrò il rischio di sentirmelo dire ancora… poco mi interessa.
Quello che invece più mi interessa è il misero giochetto “Vota il titolo peggiore” inscenato alla Lepolda per ribadire ai convenuti quali i giornali da non leggere. Le testate amiche e quelle nemiche. Non lo trovo dignitoso né corretto, in un paese democratico e plurale dove la diversità di vedute è un valore e dove la libertà di stampa garantisce, come da Costituzione, la libera manifestazione del proprio pensiero, senza autorizzazioni o censure. Quella inscenata alla Leopolda ha assunto uno sgradevole sapore propagandistico, di chi non usa i contenuti per “smontare” le critiche ma si oppone ad esse con la logica della tifoseria.
Sgradevole soprattutto se a farlo è il governo. Perché se tutti siamo d’accordo che essere giornalisti significa, oltre alla cronaca, esercitare il diritto di critica, allora tutti dovremmo anche concordare sul fatto che è proprio nei confronti del potere che si deve avere la critica più spietata affinché il giornalismo assolva la sua funzione di “cane da guardia”, non da salotto o ancor peggio da lecco.
In generale, l’intento sembra proprio essere quello di derubricare e delegittimare il lavoro di giornalisti, soprattutto dei più indipendenti e incisivi (non parlo certo di quelli evergreen, palesemente asserviti a destra o a manca), riconducendo il dibattito alla più semplificata generalizzazione ideologica o di parte.
Derubricare ma anche depotenziare. Succede in queste ore a Report. Proprio ieri è andata in onda la trasmissione sul colosso Eni che, non potendo rispondere in diretta semplicemente perché il format non lo prevede, ha affidato il contraddittorio al suo profilo twitter, generando secondo alcuni un rovesciamento del tavolo tra la televisione e il web, a favore di quest’ultimo. Trasformando improvvisamente il format della trasmissione in un “botta e risposta” da talk televisivo, molto più confacente a chi è “sotto inchiesta” e molto meno utile all’utente finale, subissato di informazioni a cui non sa che valore attribuire.
Anche qui, più che il contenuto dell’inchiesta, l’obiettivo sembra essere il depotenziamento di un format che funziona. Perché ben strutturato, raccoglie e verifica le informazioni, richiede il contraddittorio a sua volta viene sottoposto a controllo. Ecco perché nelle inchieste condotte a Report il contradditorio non avviene in diretta: mancherebbe il passaggio della verifica finale, necessario a produrre un’informazione il più possibile obiettiva e certamente sintetizzata dal giornalista come da professione. Con buona pace dei potenti, che però non ci stanno: o la buttano in caciara con la modalità “talk” in cui il fact-checking è praticamente impossibile, o stilano le classifiche dei più brutti e cattivi.
Per la libera informazione, siamo pur sempre la pecora nera d’Europa!

PS: ripropongo qui i post di Jacopo Paoletti e di Francesco Russo per una vera e propria “analisi logica” del primo esempio italiano di “duello” televisivo avvenuto a cavallo tra Tv e social, #EnivsReport.
Si tralascia però un fattore fondamentale per chi fa giornalismo: l’effetto sullo spettatore. Cosa avrà capito il consumatore a fine puntata? Davvero si può pensare che, alla fine, non si possa dare ragione né ad Eni né a Report (Massimo Mantellini)? Che valore diamo alla mediazione e alla sintesi giornalistica? Ecco, io credo che aldilà delle interessantissime e necessarie analisi dei dati, dello share, e del cambiamento nella fruizione dell’informazione determinato dall’integrazione tra media tradizionali e social, giornalisticamente parlando, il punto vero sia il prodotto finale che arriva al consumatore della notizia. Così come nei talk, tra voci sovrapposte e punti di vista alternativi, si rischia di cadere nell’opinionismo, così anche in questo caso c’è il rischio, alto, di riconoscere stesso peso e stessa autorevolezza tanto ad Eni quanto a Report, perdendo di vista la differenza tra chi fa servizio pubblico e chi guarda ai propri interessi.

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