Köln Hauptbahnhof. Riflessioni ad alta voce


koeln-hauptbahnhof-100_v-TeaserAufmacherLa conosco bene quella piazza, venuta alla ribalta per i fatti di Colonia. Quante soste sotto il duomo, fiero ed elegante. Un ricordo di tanti anni fa, di quelli più belli, oggi mortificato dalla viltà e dall’arroganza di chi ancora crede che il corpo della donna sia a portata di mano, sempre e comunque. Non ero li, non ho vissuto la vicenda, la apprendo dai giornali e dalle immagini trasmesse, ma forse val la pena fare una riflessione “ad alta voce”.
Fatti del genere accadono ovunque, ad opera di uomini di ogni razza, colore o religione e “coperti” dal banale goccetto di troppo, dalla gonna troppo corta, dallo sguardo penetrante, dalle labbra rigonfie.
Ma quanto accaduto a Colonia fa scalpore. Non è un caso singolo, isolato, uno dei tanti eventi di molestie di cui sentiamo parlare quasi quotidianamente. Quanto accaduto a Colonia (e non solo) appare, a prima vista, come un qualcosa di organizzato, di strutturato anche se (notizia dell’11 gennaio) il Rapporto dell’ufficio federale Anticrimine del Nordrhein-Westfalen ha escluso che si trattasse di violenze pianificate.
Ma il tarlo si insinua nell’opinione pubblica, già “stressata” dal problema migranti. E talvolta, la difesa (pelosa ed ipocrita) del corpo delle donne diviene arma affilata contro gli immigrati e i rifugiati, scatenando rabbia, paura, insicurezza, tensione sociale e culturale…tutti elementi che: a) lasciano gioco facile all’Isis, b) creano il “giusto” contesto per polarizzare lo scontro ideologico e politico nel cuore d’Europa, nel paese-guida dell’Ue, in cui risiedono milioni di musulmani e di rifugiati, e dove ancora troppo facile sarebbe il grido “Ausländer raus!”.
Ma chi avrebbe organizzato il tutto? Possibile che i profughi, che tanto hanno sofferto per arrivare in Germania (vedere la bella puntata di #PiazzaPulita Crack-l’odio) rischiando la vita, pagando trafficanti, vanifichino tutti i loro sforzi con simili azioni? Oppure gli autori dei reati erano pilotati dall’Isis? O forse ha ragione l’islamista Paolo Branca che dice “gli stranieri non c’entrano. Siamo di fronte ad un mutamento antropologico che ha ucciso il buon senso e messo fuori gioco famiglia, scuola e fede. Non c’è più valore o morale”? E, ancora, quanto conta l’aspetto culturale?
Bisogna porsele queste domande prima cadere in banali accostamenti semantici e attendere che le fonti e le autorità preposte diano chiare risposte in merito, altrimenti si rischia di agire secondo pancia, a discapito dalla democrazia, dei diritti acquisiti e conquistati.
Perché oramai sono i diritti ad essere messi in discussione. L’incapacità e le difficoltà di governare le libertà ci portano, paradossalmente, a preferire la sua negazione, a scrivere l’equazione perversa per cui “meno libertà”=“più sicurezza” (il reato di clandestinità ne è esempio). E dopo Parigi è comprensibile: ci sentiamo più vulnerabili, in ostaggio alla strategia della paura dall’Isis che destabilizza governi, procura allarmi e svela le falle dei vari sistemi di sicurezza nazionali, inadeguati e ancora oggi impreparati e colti in fallo.
La risposta più semplice e banale è dunque l’atteggiamento di chiusura. Con le prime tangibili conseguenze. Schengen “a rischio”, la Slovenia minaccia di non accogliere più profughi musulmani, si radicalizza il dibattito politico, insorgono proteste di piazza, si riaccende il razzismo e l’Unione Europea scricchiola ad ogni ondata di donne, uomini e bambini che dalla Siria attraversa Turchia, Grecia e Balcani.
Sicuramente la soluzione non sarà semplice, né immediata, ma non sarà il filo spinato a fermare i profughi che fuggono dalla guerra, tantomeno i fanatici dell’Isis. Semmai la forza dell’Europa Unita, il coordinamento dei diversi servizi segreti nazionali, la forte promozione del dialogo interculturale e interreligioso nella società e nelle scuole. Infine, rivedere la politica estera in M.O. dove non possiamo minimizzare le responsabilità dell’occidente nello sviluppo e nell’affermazione dello Stato islamico. E sui cui non basta solo dire “abbiamo sbagliato”.

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One thought on “Köln Hauptbahnhof. Riflessioni ad alta voce

  1. Sono domande che andrebbero poste e sulle quali bisognerebbe riflettere molto seriamente e serenamente.. anche se non è per niente facile.

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