Perché questa campagna è un colpo allo stomaco


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La campagna per il #fertilityday

#fertilityday, una campagna che ferisce.
La donna con la clessidra in mano con il tempo che, inesorabile, scorre via. La fertilità come l’acqua, bene comune di cui non si può fare a meno. Per essere “creativi” è meglio essere giovani. La Costituzione a tutela della procreazione cosciente e responsabile.
Evidentemente, chi ha ideato questa campagna non ha la vaga idea di cosa significhi essere donna oggi, in questo paese, con queste condizioni economiche e sociali; non ha idea delle nostre paure, dei nostri pensieri. Chi ha avallato questa campagna, la Ministra Lorenzin, donna oltre che madre, dimostra non solo scarsa sensibilità verso l’argomento – già delicato di suo e che poteva/doveva essere trattato con altre immagini ed altre parole – ma ancor di più dimostra di non avere rispetto della “condizione femminile” nel paese che lei stessa governa.
Perché “non basta un sì”, cara ministra, per diventare madre e, più in generale, non sono problemi di fertilità a negarci la maternità.
Ecco perché questa campagna è oltremodo offensiva, dall’amaro retrogusto sessista, un colpo allo stomaco per tutte le donne. Soprattutto per le coppie meno giovani, che la sabbia di quella clessidra se la sentono scorrere ruvida nelle vene, che un figlio lo vogliono e lo hanno sempre voluto ma che “responsabilmente” e “consapevolmente” sanno di non poterselo permettere.
Perché non basta mettere al mondo. Vorremmo mantenerlo e crescerlo bene, quel figlio. E questo è difficile in un paese in cui il tasso di disoccupazione insieme alla precarietà del lavoro restano alti; in cui le donne continuano a guadagnare meno degli uomini; dove nei colloqui di assunzione alle donne si continua a chiedere se intendono avere una gravidanza (e non certo per premiarle); dove mancano i posti negli asili nido pubblici o convenzionati e dove quelli privati costano la metà dello stipendio medio; dove devi lavorare stabilmente, e in due, per poter pagare un affitto e mantenere la prole; dove a un figlio, troppo spesso, ci devi rinunciare se vuoi fare carriera.
Ecco. La maternità dovrebbe essere una scelta libera e personalissima di ogni donna, è invece diventata sinonimo di “privazione”. Chi è fortunato si appoggia al sostegno della famiglia e prova a fare il grande passo, con un ombrello di protezione alle spalle. Chi è meno fortunato ci pensa dieci volte prima di mettere al mondo un figlio e magari, quando sente di avere “le carte in regola” e la sicurezza economica per farlo, si riscopre over quaranta.
La verità è che la genitorialità – termine molto più elegante e carico di significato sociale e morale rispetto alla mera “procreazione” – ci è stata scippata da politiche inefficaci che non sanno incentivare la crescita economica e l’occupazione, che non investono abbastanza su ricerca e tecnologia, che non riescono a snellire le politiche di adozione, che tagliano sul welfare, che finanziano con soldi pubblici le scuole private, che non sanno garantire un futuro a tutti quei giovani che dall’Italia continuano a fuggire altrove, lontano da un paese in cui un futuro non si vede.
E adesso che scoprite all’improvviso che l’Italia invecchia, cosa vorreste fare? Imporcela la procreazione? “Fate i figli!” e poi…chi vivrà vedrà?
Per amor della decenza, non è così che si affrontano questi argomenti. Nel mondo reale, quello che sta ai piedi dell’Olimpo dorato in cui vive la Lorenzin, il più delle volte la non-maternità o la genitorialità cercata in età avanzata è una “scelta imposta”, dolorosissima soprattutto per le donne. E temo che non basteranno 4 cartelloni pubblicitari o dispensare consigli utili a curare l’infertilità per ridare alle donne e agli uomini l’opportunità, il loro diritto sacro santo di scegliere se, come e quando diventare genitori.

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