Bankitalia, stretta tra propaganda, imbarazzi e conflitti di interesse


Tra propaganda elettorale, questione di stile e conflitto di interesse, la vicenda Bankitalia lascerà il segno.
Dopo quanto successo, con miliardi di soldi pubblici spesi per coprire la mala gestio delle banche, nessuno si sarebbe sognato di ergersi a difesa di Visco o dell’operato del sistema bancario che ha dato prova di tutta la sua debolezza e dell’incapacità dei suoi manager.
Contro Visco si potevano scegliere 3 strade: (a) lasciare piena autonomia al Presidente del Consiglio dei Ministri, al CdM e al Capo dello Stato (che però non avrebbe garantito la rimozione di Visco, viste le voci d’intesa tra Gentiloni e Mattarella sul suo nome); (b) esercitare pressioni politiche nelle segrete stanze, senza destare tanto clamore; (c) forzare la mano (e le procedure) per rivendicare il cambiamento alla guida della banca centrale.La terza via ha avuto la meglio. Offrire una testa al popolo, spostare l’attenzione su un organo indipendente (almeno sulla carta) e, in quanto tale, utilissimo per tentare di allontanare le responsabilità della politica dalla rovinosa vicenda del crac delle banche, con annessi e connessi.
Ma con il treno della campagna elettorale già partito, non stupisce come l’attacco al numero uno di Bankitalia sia percepito dagli italiani come pura propaganda, che non sposta di un millimetro le responsabilità della politica e di tutte le volte in cui si ripeteva agli italiani “il sistema bancario è solido”.
Né stupisce, al netto delle polemiche di partito e di parte, l’approvazione della mozione presentata in Parlamento: siamo talmente abituati (ma non assuefatti) a situazioni di “mancato senso delle istituzioni” (vedi la questione di fiducia posta dal Governo sulla legge elettorale), che un atto di indirizzo sulla nomina del primo inquilino di palazzo Koch potrebbe sembrare una presa di posizione condivisibile…se non fosse che la vicenda non può non avere risvolti politici, economici e finanziari che travalicano i confini nazionali e che uno statista, o aspirante tale, dovrebbe soppesare e valutare attentamente.
Se vero è che la politica deve essere dalla parte dei cittadini, e magari lo fosse sempre, con la sostanza degli atti e dei provvedimenti, è pur vero che proprio sulla vicenda delle banche (e del preciso ruolo che esse hanno sui territori), forte è il sospetto che in troppi abbiamo usufruito di ingenti prestiti senza fornire adeguate garanzie di rientro del debito, le stesse garanzie che vengono richieste ai privati cittadini o alle piccole e medie imprese che, evidentemente, non godono di “sponsorizzazione” alcuna. Bisognerebbe infatti interrogarsi, sottolinea Ezio Mauro nel suo articolo “La falsa ribellione”, se la politica fosse “coinvolta negli ingranaggi più bassi che hanno rallentato e deviato il corretto procedere del mercato bancario: con una commistione insieme provinciale e onnipotente, che considerava il credito come un prolungamento della politica con altri mezzi, impropri ma utili a creare consorterie, consolidare confraternite, insediare nomenklature locali. Comperando consenso e potere…”.
L’aver istituito una Commissione parlamentare d’inchiesta è certamente un tentativo, dovuto, di dare risposta alla richiesta di chiarezza e trasparenza. Peccato sia arrivata a pochi mesi dallo scioglimento delle Camere, per cui è lecito pensare non approderà a nessun risultato; peccato sia stata affidata a Pierferdinando Casini, non proprio la figura da ritenersi più idonea (ma dipende dai punti di vista) essendo egli socio della Cassa di Risparmio di Bologna (fondazione che detiene partecipazione bancarie di Intesa San Paolo SpA e Mediobanca SpA).
Non da ultimo, sulla vicenda è innegabile il ruolo attivo assunto dell’allora ministro, oggi sottosegretario, Maria Elena Boschi. Con il padre coinvolto nelle vicende di Banca Etruria e dopo avere “veicolato” la presentazione della la mozione contro Visco, sembra parteciperà alla riunione del Consiglio dei Ministri che si pronuncerà sul nome del futuro Governatore della Banca d’Italia. Ecco, proprio in virtù del ruolo di grande prestigio ricoperto, bisognerebbe avere pudore e capire che, talvolta, assumere un atteggiamento più defilato, scegliere l’opportunità, la forma e lo stile, sarebbe un gesto di grande responsabilità e maturità politica, che eviterebbe al Governo (e allo stesso PD) ulteriori imbarazzi su una questione divenuta tanto spinosa e delicata.

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