La tutela dell’ambiente va oltre i 2cent/sacchetto


Dopo il divieto di commercializzazione delle buste della spesa non biodegradabili, al bando anche i sacchetti ultraleggeri in plastica. Finalmente! Perché è indubbio che anche questo divieto sia un punto a favore dell’ambiente, nonostante le tante polemiche sui costi a carico del consumatore.
Iniziative e progetti sperimentali non bastano per sensibilizzare. Servono leggi, possibilmente chiare e rapide nei tempi, per fermare la plastica non riciclabile, per ridurne i consumi; servono incentivi per indurre l’industria a produrre meno packaging e comunque sostenibile. E l’Italia su questo non arriva mai prima. Come sul divieto dell’utilizzo delle buste di plastica, il Bel Paese arriva tardi, tanto da rischiare al procedura di infrazione europea. Ma arriva. E l’entrata in vigore di questa nuova disposizione sugli shopper leggeri non può che essere letta positivamente. Innanzitutto perché nei negozi di alimentari, soprattutto nella GDO, enorme è il consumo dei sacchetti usa e getta per la frutta e la verdura (vale lo stesso per il reparto salumeria, dove con un etto di prosciutto porti a casa ben 3 diversi involucri: l’incarto in cui viene avvolto il prodotto, un ulteriore incarto esterno e infine il sacchetto di plastica o di carta su cui apporre il prezzo); in secondo luogo perché si adotta lo stesso principio usato per le sporte compostabili che si acquistano in cassa.

La nuova normativa
Ce la chiede l’Europa, ma soprattutto l’ambiente.
Secondo quanto disposto dalla Direttiva comunitaria 2015/720/Ue, gli Stati membri devono adottare misure per diminuire in modo significativo l’utilizzo di borse di plastica in materiale leggero, sia in linea con gli obiettivi generali della politica sui rifiuti e che con la gerarchia dei rifiuti stessi.
Pertanto, in applicazione della direttiva comunitaria, in Italia la nuova normativa sugli shopper leggeri viene introdotta con il decreto sul “Mezzogiorno” (n. 91 del 20.06.2017), successivamente convertito con legge n. 123 del 3.08.2017, recepita nel Testo Unico per l’Ambiente (D.Lgsl. 152/2006) nella parte dedicata alla gestione degli imballaggi.

Cosa prevede la legge in punti:

    • favorisce livelli sostenuti di riduzione dell’utilizzo di borse di plastica;
    • impone ai produttori degli shopper di fornire precise indicazioni ai consumatori al fine di consentire loro il riconoscimento delle borse di plastica commercializzabili;
    • prevede l’obbligo di relazione annuale sull’utilizzo delle buste di plastica da parte del Consorzio nazionale imballaggi;
    • promuove campagne di educazione ambientale e di sensibilizzazione dei consumatori sugli impatti delle borse di plastica sull’ambiente;
    • introduce il divieto di “commercializzazione delle borse di plastica in materiale leggero, nonché delle altre borse di plastica” che non presentano le caratteristiche indicate dallo stesso articolo di legge;
    • prevede l’impossibilità di distribuire a titolo gratuito le buste di plastica biodegradabili e compostabili; a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite;
    • detta le tempistiche per la progressiva riduzione delle borse di plastica in materiale ultraleggero;
    • definisce le sanzioni amministrative pecuniarie per le violazioni delle nuove disposizioni (dai 2.500 euro fino ai 25.000), sanzioni che possono aumentare fino al quadruplo del massimo in caso di gravi violazioni.

La polemica sul costo del sacchetto
Comprensibile, ma non condivisibile, almeno dal mio punto di vista, la polemica sul costo dello shopper. Pochi centesimi, ma pur sempre un costo per il consumatore.
Si poteva evitare? Si.
Se dare o meno il sacchetto gratis poteva rientrare nella libera scelta di politica commerciale degli esercenti, in particolare della GDO (che comunque rientrerebbe della spesa aumentando il prezzo di qualche prodotto, quindi alla fine a pagare sarebbe sempre il cittadino). Onestamente, però, da un punto di vista puramente educativo, credo che dare un valore al sacchetto possa sensibilizzare maggiormente il consumatore sul problema ambientale. Io che vivo a Fiumicino vedo ogni giorno quello che trasporta il Tevere, quello che finisce in mare e, conseguentemente, nella catena alimentare. Fiumi e fiumi di plastica che ‘colorano’ corsi d’acqua, spiagge, fondali; isole di plastica in mare aperto, che seminano inquinamento e morte nei nostri ecosistemi…in questa situazione, val pur la pena pagare qualche centesimo.

Anche se sarebbe meglio optare per scelte alternative e durevoli nel tempo.
Va bene il sacchetto bio, ma la vera scelta ecologica è favorire il riuso. Progetti come quello delle MultiBag lanciato dalla Coop Svizzera, ad esempio, che al posto dei sacchetti propone delle retine riutilizzabili e lavabili (certo, anche queste hanno un costo). Sbagliato, inoltre, è anche non poter dare la possibilità al consumatore di attrezzarsi diversamente, di portarsela da casa la sacchettina di iuta o di cotone in cui mettere mele e arance. Se questo può rappresentare un problema sanitario per i prodotti da banco (carne, pesce, affettati…), certamente poteva essere una valida alternativa per frutta e verdura, senza imporre necessariamente l’obbligo al consumatore dell’acquisto del sacchetto bio.

Ci faranno pagare anche l’aria che respiriamo” dicono in tanti…
Sembra una battuta, ma a lungo andare, se non ridurremo i consumi, se non cambieremo i nostri comportamenti, anche alimentari, e se non sarà dato corso ad una politica industriale ed economica di forte discontinuità e affrancamento dalle fonti fossili, allora si, dovremmo pagare anche l’aria che respiriamo, perché quella che fino ad oggi è data per ‘gratuita’ (scontata) farà presto davvero schifo. E senza andare in Cina, ci basta osservare lo stato di salute dell’aria della maggiori città del nord Italia, di Roma o di altre piccole realtà locali in cui le centraline di monitoraggio segnalano alti livelli di polveri sottili, biossido di azoto, monossido di carbonio, biossido di zolfo…

Dobbiamo sviluppare una maggiore coscienza ambientale
Forse il vero dramma è che sulla tutela ambientale la politica industriale ed economica investe ancora molto molto poco, con scelte ancora troppo miti e timide per stare al passo con il consumismo sfrenato e il cambiamento climatico.
Su questo fronte anche i cittadini sono “culturalmente” indietro. Mentre si inasprisce la polemica del sacchetto, passano sottovoce gli aumenti del gas e dell’energia, delle autostrade e del gasolio. Questi sì dei veri e propri salassi per il budget familiare e senza benefici ambientali! È come se, nella scala dei nostri ‘valori’, la protezione dell’ambiente (e quindi della salute) occupasse un posto molto ma molto in basso.

Advertisements

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s