Inquinamento, il ‘virus’ che non fa notizia


C’è solo da incazzarsi. Eh sì, perché mentre viviamo i nostri giorni da “Io sono leggenda” causa coronavirus – che, per carità, desta attenzione, ma appare eccessivo l’allarmismo mediatico provocato – rimaniamo indifferenti difronte ad un “virus” molto più silente, democratico e letale. L’inquinamento.
Per cui, mentre picchiamo i cinesi che incontriamo, svuotiamo gli scaffali dei supermercati manco fossimo in tempo di guerra e diamo fondo alle scorte di mascherine e disinfettanti vari, il piccolo Giorgio (come tanti altri angioletti) può morire tranquillo, in silenzio, e senza rumore alcuno. Lui, un bimbo strappato alla vita da un mostro chiamato neuroblastoma, a soli 3 anni di età.
Viveva nella Terra dei Fuochi Giorgio, una delle tante terre disgraziate d’Italia come Gela, Mantova, Taranto, Casale Monferrato, dove ad uccidere è l’inquinamento.
L’aggiornamento (marzo-giugno 2019) dello studio SENTIERI ha messo in evidenza come “gli eccessi tumorali si osservano prevalentemente nei siti con presenza di impianti chimici, petrolchimici e raffinerie, e nelle aree nelle quali vengono abbandonati rifiuti pericolosi”. Naturalmente – si legge nel documento – “non tutti gli eccessi osservati nello studio sono attribuibili alla contaminazione ambientale. […] Tuttavia, le conoscenze disponibili sul profilo tossicologico dei contaminanti presenti nei siti supportano l’ipotesi che l’esposizione ambientale abbia giocato un ruolo causale nel determinare alcuni di questi eccessi.”
Per la prima volta inoltre, SENTIERI ha valutato lo stato di salute di bambini e adolescenti (oltre 1 milione e mezzo di soggetti di età 0-19 anni) e di giovani adulti (660.000 di età 20-29 anni). In riferimento alla sola incidenza oncologica, nella fascia d’età compresa tra 0 e 24 anni sono stati diagnosticati 666 nuovi casi, pari a un eccesso del 9%, prevalentemente dovuti a sarcomi dei tessuti molli nei bambini, leucemie mieloidi acute nei bambini e nei giovani adulti, linfomi non Hodgkin e tumori del testicolo in giovani adulti.
Se l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha stimato che l’inquinamento atmosferico (ambientale e domestico) fa contare nel mondo circa 7 milioni di decessi all’anno (esso causa circa un quarto (24%) di tutti i decessi per adulti a causa di malattie cardiache, 25% da ictus, 43% da malattia polmonare ostruttiva cronica e 29% dal cancro ai polmoni ), già nel 2013 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC) aveva stabilito che esistono prove sufficienti della cancerogenicità del particolato atmosferico (PM10 e PM2,5), in particolare per il cancro del polmone. In Italia, secondo i risultati più rilevanti del progetto CCM VIIAS (Valutazione Integrata dell’Impatto dell’Inquinamento atmosferico sull’Ambiente e sulla Salute), l’inquinamento atmosferico è responsabile, ogni anno, di circa 30mila decessi solo per il particolato fine (PM 2.5), pari al 7% di tutte le morti (esclusi gli incidenti).
Eppure, nonostante i numeri e la vastità della popolazione esposta a fattori inquinanti, queste morti non fanno notizia. Non indignano. Non spaventano.

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